ANCORA BIODIVERSITÀ PUGLIESE CON GEOPONIKA!

Ed è di nuovo la Puglia ad offrirci un po’ del suo patrimonio mandorlicolo. Due ragazzi giovanissimi vogliono condividere con noi il loro percorso per la tutela della biodiversità e di un’agricoltura etica e sostenibile, portandoci l’esperienza della loro azienda a Conversano (BA).

Marita e Tonio, una giovanissima coppia di mandorlicoltori ma già con una solida progettualità. Ci raccontate i vostri inizi?

Iniziamo con una precisazione: più che mandorlicoltori ci consideriamo agricoltori perché le mandorle rappresentano il nostro terzo raccolto dell’anno, dopo le ciliegie e i legumi; e a seguire c’è la vendemmia e subito dopo la raccolta delle olive. In parallelo ci sono gli ortaggi che ci sfamano tutto l’anno e il miele che ci addolcisce le fredde sere d’inverno. Chiaramente le nostre produzioni non sono di ordini di grandezza dell’impresa agricola ma, invece, declinano il concetto di azienda a quello dell’Unità di Produzione Contadina: ci piace essere dei “generalisti specializzati”, per dirlo nel gergo della permacultura. E poi sappiamo bene che la ricerca dell’autonomia, la stessa che guidava la figura storica del contadino del Sud verso l’affrancamento dal logorante mondo bracciantile, non può prescindere dalla molteplicità delle attività agricole. Ecco questo può essere un preambolo ma forse è anche la nostra progettualità. I terreni su cui lavoriamo sono i terreni di famiglia, giacché la nostra attività è diretta continuazione di una genealogia rurale. Qui a Conversano, sulle prime alture collinari della Murgia, quasi tutti hanno ascendenze agresti. Tuttavia mentre io, subito dopo la laurea in Agraria, ma anche contemporaneamente, lavoravo nelle campagne, Marita si è avvicinata successivamente al mondo agricolo, dopo gli studi in sociologia, in facilitazione e un periodo di servizio civile all’estero. E ora ci troviamo a provare a condividere, oltre a un’abitazione, un modo di vedere, un modo di essere, un modo di agire.

Tutto questo l’avete riassunto fin nel vostro nome: Geoponika. Conosciamo la storia, ma crediamo sia bello raccontarla anche ai nostri lettori.

I libri, le storie, la ricerca rappresentano un grande supporto teorico per noi. E non poteva essere diversamente che traducessimo la nostra prassi in senso letterale e letterario. Il nostro nome significa appunto avere a che fare con la Terra. Ma con questo stesso nome greco si individua un antico trattato di agricoltura: i Geoponika di Cassiano Basso. Una summa agronomica compilata nel VI secolo, che raccoglie scritti di autori mediterranei e orientali, il cui intento è rivelare tutta l’agricoltura dei nostri progenitori senza alcun mascheramento: una materia complessa e affascinante frutto di commistione tra folklore, credenze religiose, sapere popolare e magia. Questa antologia agraria dei tempi passati ci presenta l’agire contadino, l’uomo che interagisce con la tecnica nel mondo della natura ma non in maniera oppositiva bensì integrativa. Oggi, con l’impero dell’industria dell’agricoltura, técnhe e physis sono due poli opposti e sempre più distanti. Geoponika poi è un manifesto, se volete anacronistico ma per noi incisivo, per dichiarare che preferiamo ancora le radici nel terreno, di un campo aperto e non in acqua o in aria dentro ambienti protetti. Confidiamo insomma in quell’aggettivo tanto abusato, sia a livello accademico che mediatico, da vedersi quasi annullato nella propria carica semantica: rurale.

Ci avete scritto che le Genco e le Filippo Cea del vostro mandorleto sono state selezionate nei primi decenni del ‘900, quindi avete piante di un secolo e/o che continuate a innestare da quelle piante madri?

La cultivar Filippo Cea è stata ottenuta negli anni ‘30 del Novecento nelle campagne di Toritto mentre la Genco è proprio la mandorla di Coversano: fu il signor Giuseppe Genco ad ottenerla in un semenzaio molto esteso presso una masseria di Conversano. Era il 1910. Tra i nostri alberi ce ne sono molti della varietà Genco, che potranno contare settant’anni circa e da cui abbiamo ottenuto e otteniamo marze per innestare giovani alberi. La pianta madre d’origine della cultivar Genco è stata tristemente divelta una ventina di anni fa quando nella zona ci furono stravolgimenti del paesaggio agrario per l’avanzata di quella che tutt’oggi è ancora una piaga per gran parte del territorio a sud est di Bari: i tendoni da uva da mensa.

Custodite però anche varietà più antiche e alcune ormai quasi perdute: Rachele, Montrone, Belarda, Gioia, Bianca, Caputo. Le avete già caratterizzate? Quali sono le differenze più evidenti fra queste varietà? 

Si, abbiamo nei nostri campi anche degli alberi anziani, ultimi testimoni di un’agricoltura dell’autonomia, della diversificazione e della condivisione. Perché il contadino una volta era anche genetista, selezionava le piante in base ai loro caratteri, vivaista, seminava mandorle e allevava le giovani piantine, agronomo, si occupava di tutte le fasi del ciclo colturale, architetto del paesaggio, curava le sistemazioni superficiali del terreno con muretti a secco di contenimento, di delimitazione. La prima differenza tra queste antiche varietà si vede in inverno, ed è l’epoca di fioritura. Tra tutte la più precoce a sbocciare i suoi fiori è la varietà Montrone, nei primi giorni di febbraio. Invece l’elemento maggiormente distintivo per la varietà Caputo è la forma del frutto, che è molto panciuto, quasi tondeggiante e termina a punta. La varietà Bianca, invece, deve il suo nome al grado di colorazione del mallo, che è di un verde molto chiaro. La varietà Belarda è quella che presenta una resa percentuale minore ma ha una buona produzione e l’albero è di grande taglia. Sono tutte molto saporite.

Il desiderio di non limitarvi a custodirle ma di implementarne la coltivazione ve l’ha fatto venire Adotta un mandorlo o era già nei vostri progetti?

Fino ad alcuni anni fa, quando vendevamo le mandorle all’ingrosso le varietà storiche erano un po’ un problema perché i commercianti, interessati soltanto alla resa, non perdevano occasione per screditarne la coltivazione. Ultimamente da quando abbiamo iniziato a vendere mandorle sgusciate e al dettaglio, in forma diretta ci siamo accorti che avere una collezione di mandorle in campo poteva essere interessante, proprio perché ogni varietà avrebbe contribuito a differenziare il sapore. Quindi possiamo dire che la volontà di custodire le varietà antiche c’è sempre stata sia per valore affettivo che per preservare la biodiversità locale, invece la possibilità di impostare una mandorlicoltura basata su cultivar storiche la apprendiamo da Adotta un mandorlo, che ci porta a conoscenza del fatto che esisterebbe un potenziale bacino di clienti interessati proprio alle multiformità del prodotto.

Nonostante la vostra giovane esperienza nel settore, in passato avete già avuto modo di partecipare a eventi di divulgazione sulla mandorlicoltura, quindi di confrontarvi contemporaneamente sia con altri produttori che con i consumatori. Che idea vi siete fatti? Quali sono le dinamiche che potrebbero essere migliorate per far percepire appieno ai consumatori il valore di questo tesoro di biodiversità?

La maggior parte dei produttori segue le logiche del mercato e quindi cerca di coltivare varietà di tendenza, uniformi alla vista e al gusto e le fiere e le sagre qui da noi (vedi quella della ciliegia) non sono altro che appuntamenti per il gozzoviglio volgare, totalmente slegato dalle tipicità territoriali, se non la vetrina dei grandi produttori e dei grossisti e commercianti, poco interessati alla biodiversità e alla tutela del territorio. La nostra partecipazione ad una di queste manifestazioni, alcuni anni fa, è consistita in un’esposizione di una bella collezione di mandorle, una “spermateca”, ma che nel mezzo dei banchetti più anonimi e da mercato e tra i fumi degli arrosti dello street food era quasi fuori luogo, se non fosse per la coerenza con la denominazione della manifestazione. C’è da dire però che, in questo stesso evento, fu organizzato un breve e piccolo convegno sul mandorlo, la sua coltivazione e le proprietà nutrizionali, a cui noi contribuimmo con una relazione sull’evoluzione delle forme del mandorlo, dalla domesticazione alle varietà più recenti.

E, d’altro canto, per quella che è la vostra sensazione, cosa invece dovrebbero fare i mandorlicoltori che ancora non fanno?

Siccome nelle nostre contrade non ci sono più mandorlicoltori, perché i più hanno deciso di vendersi alle monocolture industriali di uva da tavola e ciliegie, a quei pochi cultori del mandorlo rimasti possiamo solo dire di continuare su questa strada e cercare di resistere alle tendenze “estrattiviste” dell’agri-business.

Restate aggiornati perché questi ragazzi ce ne racconteranno delle belle!

Potete seguire le loro attività sui loro profili Facebook ed Instagram. E presto potrete adottare le piante antiche di cui avete visto alcune foto, se anche voi volete che venga recuperato tutto il sapere e il sapore delle coltivazioni antiche, con le tradizioni di un territorio che ne è ricchissimo!

Tutte le immagini usate nel presente articolo sono di Geoponika che, nelle persone di Tonio Totaro e Marita Carrieri, ne detiene la proprietà e ce ne autorizza l’utilizzo.

Lascia un commento