IL MANDORLO DEL CASTELLO DI GROPPARELLO

Ovunque ci sia un mandorlo antico c’è una fantastica storia da raccontare, ma il Castello di Gropparello nel piacentino ne ha a centinaia, e continua a raccontarle attraverso i suoi eventi e le sue rievocazioni! C’è un percorso interamente dedicato ai bambini e una scuola di cucina medievale (anche online!) in cui le mandorle ovviamente sono protagoniste di moltissime ricette. Ce ne parla Chiara Gibelli, figlia della castellana Rita.

Il Castello di Gropparello è un castello antichissimo, uno dei più antichi d’Italia! Si trova sulle colline della Valdarda, una delle quattro bellissime vallate del piacentino. È posto all’imboccatura della più ritirata Val Vezzeno per controllare fin da tempi remoti la via di accesso… Ed è la nostra casa. La mia famiglia infatti lo ha acquistato nel 1994 con grandi sforzi e vendendo la casa ereditata a Milano dai nonni Gibelli, nella quale avevamo vissuto fino a quel momento. Il Castello era stato messo in vendita proprio in quel periodo. Fino ad allora era rimasto sempre chiuso, da quando l’ultimo proprietario, il Conte Boselli, lo aveva venduto ad un antiquario negli anni Settanta del Novecento. Ma Boselli non era stato che l’ultimo di una illustre e lunghissima serie di abitanti del castello che si perde nella notte dei tempi. Troppi sono infatti gli elementi impressionanti che si trovano concentrati fra castello, bosco e comprensorio di roccia su cui il castello è costruito.

Cominciamo proprio da questo sperone di ofiolite, un grande blocco di crosta oceanica, proveniente dall’antico oceano della Tetide, che con le pressioni degli smottamenti della zolla terrestre è stato sospinto in superficie anziché scivolare sotto la crosta continentale, portando alla luce del sole questa rugosa pietra che si presenta di un color grigio azzurro, a tratti striato di venature bluastre, talvolta rossastro per i depositi di ferro, e in generale davvero suggestivo; fa pensare alla pelle di un antico mostro marino o di un drago, oramai essiccata dal sole e dall’aria… Ma un tempo scintillante e blu come il profondo del mare! Su questa bella roccia preistorica vivono piante anch’esse antichissime, come le felci, i muschi, i licheni: le prime piante che si sono formate sulla terra. E non è difficile trovare perfino qualche fossile di conchiglia incastonato qua e là. Con il tempo altre piante sono venute formandosi e hanno coperto la superficie di roccia e colline, formando bei boschi ombrosi popolati ancora oggi di cinghiali, caprioli, lepri, tassi, scoiattoli e bisce, topi nocciolini e uccelli di tanti tipi diversi, compresi il picchio, la poiana, le civette e il mitico barbagianni notturno. Fra castello e grotte abbiamo anche moltissimi pipistrelli (più rari quelli degli edifici). E poi lucertole, ramarri verdissimi, farfalle rare, cervi volanti e rospi. Nelle notti d’estate un concerto di rane gracidanti prende il posto delle diurne cicale e dei grilli. Abbiamo le lucciole, oramai rarissime, che popolano le notti di giugno e luglio fino al momento in cui nei campi tagliano il grano. La prima testimonianza umana qui nella proprietà del castello, proprio sulle rocce che stanno dirimpetto alla terrazza, dall’altro lato dello strapiombo che circonda le mura difensive, è visibile un altare sacrificale preromano, ligure o celtico. Sotto al castello è stato rinvenuto qualche reperto di epoca romana (in effetti siamo molto vicini ad un importantissimo sito di età tardo-repubblicana che è Velleja romana, antichissima città dei liguri velleiati, romanizzata intorno al I secolo a.C.).

Una lunga storia fino a quell’estate del 1994 in cui siamo arrivati noi: due bambine, mamma e papà, un cane lupo e un gatto nero. La nostra piccola famiglia milanese (mamma però viene dai colli etruschi della Tuscia e ben sapeva che al di là dell’asfalto esiste un mondo di percezioni da scoprire) sfidò i vortici sconfinati della storia e del tempo mettendo fine a quel turbinio di proprietari che le folate di vento spazzavano via. Noi abbiamo una caratteristica che ci ha resi diversi: per noi questa è diventata l’unica casa. Non la casa delle vacanze, o una delle case in cui fare una capatina di tanto in tanto. Noi abbiamo fatto una scelta radicale e convinta. Penso che questo ci abbia premiati. La mamma ha piantato i fiori, ha sistemato la cucina, ha riorganizzato gli spazi del castello e sistemato mobili e soprammobili qua e là, come una fata buona che riaccende la scintilla della vita. Ha saputo salvare le piante antiche che erano rimaste, come il mandorlo, i bossi secolari, le querce e alcune rose molto vecchie… E per quelle che non ce l’hanno fatta abbiamo comunque lottato fino alla fine, con tutti i trattamenti possibili. Volevamo conoscere questo luogo e capirlo a fondo, in ogni più piccola espressione della sua vita.

Nel 1994 siete arrivati voi. Come avete scoperto il Castello e come avete deciso che sarebbe diventato il vostro futuro?

La scoperta avvenne perché mia madre Maria Rita, che come dicevo desiderava moltissimo ritornare alla vita fra storia e natura (mura antiche, musica nelle stanze, cielo azzurro, la salvia e il basilico, il pavimento in cotto, il fuoco nel camino…) cercava disperatamente di trovare una piccola cascina in campagna… E boom! Un po’ per magia e un po’ per coincidenza, il fato ha messo lei e mio padre sulla strada del castello. Sono davvero troppi gli indizi, le coincidenze e gli aneddoti che dovrei raccontare. Hanno riempito due libri! Infatti mio padre ha messo in forma di romanzo il racconto di tutta questa avventura fantastica (che in effetti sembrava proprio un romanzo). Per farla breve: sono andati a trattare per acquistare un clavicembalo, e nemmeno un anno dopo hanno acquistato un castello (il clavicembalo invece no perché era un falso). Come hanno deciso che sarebbe diventato il loro futuro? Perché da quando lo hanno visto la prima volta non hanno più potuto pensare ad altro. Una passione fortissima, potrei dire, li ha conquistati, ma non renderebbe. Immaginate di tornare a casa vostra dopo cento anni e trovarla depredata, spogliata, maltrattata. Entrate, e il primo gesto che vi viene spontaneo è un gesto di cura. Risollevare un vaso, o aprire una finestra… Questo sentimento che ti fa dire “ora sono tornato, ci penso io” è ciò che ha spinto i miei genitori a vendere la casa di Milano per comperare il castello (pagarlo tutto, invece, fu tutta un’altra storia…). Comunque le cose si sono piano piano assestate da sole. Non ci è voluto molto per capire che il castello doveva anche diventare il nostro lavoro, se volevamo che le cose funzionassero…

Nei giardini era custodito un mandorlo, cui ne avete aggiunto un altro, che è immediatamente diventato il tema centrale di uno dei vostri primi eventi. Ci racconti perché proprio il mandorlo e come si è svolto il primo evento e le edizioni successive (se ce ne sono state)?

Ricordate la storia del Fantasma di Canterville? “Quando il vecchio mandorlo sterile tornerà a fiorire, e la campana rotta tornerà a suonare, allora a Canterville tornerà la pace”. L’angelo della morte doveva perdonare il terribile peccato commesso da Lord Canterville che aveva ucciso per gelosia la moglie Eleonor, nel Cinquecento. Ma il perdono andava chiesto da un’anima pura, che doveva pregare e provare pietà per i peccati del fantasma. Anche noi abbiamo un fantasma, anzi due: Pietrone, un marito geloso che avrebbe assassinato la moglie, e quest’ultima, chiamata la Dama Bianca, la giovane castellana Rosania Fulgosio. Abbiamo letto della leggenda mentre stavamo trattando l’acquisto, e ci colpì molto. Insomma, stavamo ereditando una storia molto forte… Ma avevamo anche un mandorlo! Forse potevamo pregare e commuoverci per il povero fantasma pentito… 

La festa del mandorlo in fiore fu una semplice celebrazione che si ispirava e rendeva omaggio a quella della Sicilia. Semplicemente, mentre il mandorlo era in fiore, nelle visite guidate invitavamo le persone ad andare ad ammirarlo per godersi quello spettacolo. Era proprio il primo anno e ancora non avevamo mai organizzato una rievocazione storica. Ma se dovessimo rifarla, credo che manterremmo intatto il concetto contemplativo, perché il mandorlo in fiore non ha bisogno di altro. Però adesso, con tutto ciò che abbiamo creato, sicuramente proporremmo piatti e bevande a base di mandorle, e racconteremmo l’importanza di questa pianta nella cultura e nell’economia medievale e in quella successiva… 

La definizione del Castello che si trova online è: il primo Parco Emotivo d’Italia. Ce lo spieghi?

Il Parco delle Fiabe, che a volte si identifica con il castello stesso perché in effetti si sovrappongono in un certo senso, è un percorso nel bosco che abbiamo creato nel 1996. Due anni dopo essere venuti a vivere qui. L’immensa fortuna che sentivamo di aver avuto a scoprire questo luogo, che via via si rivelava sempre più incredibile, ci emozionava a tal punto che desideravamo poter condividere questa emozione. Certo facevamo le visite guidate… Ma mia madre sentiva di voler donare questo immenso mistero di natura e storia, di bellezza e autenticità, ai bambini in modo privilegiato. In effetti mia sorella e io siamo state cresciute nella bellezza e nell’amore per ciò che è antico e delicato. Non si tratta di antiquariato, ma di emozioni.

Il Castello è stato accolto nella nostra vita con questo stesso spirito, con questa sensibilità, con questa cultura. Non poteva essere un museo con le cose nelle teche di vetro e i cordoni che impediscono l’accesso. Doveva essere vero e autentico, vivo e vissuto. E ai bambini più di tutti andava permesso di capire che la bellezza e la storia vanno protette e amate, devono far parte della nostra vita. Devono essere conosciute e comprese. L’uomo non ha prodotto la cultura per tenerla al museo (i musei sono importantissimi, sia chiaro!) ma per l’emozione di circondarsi di bellezza. E così è nata l’esigenza di rendere vivo un percorso che fosse un’esperienza da toccare col corpo. Il periodo giusto era il Medioevo, il tramite perfetto era la fiaba. La fiaba che modella gli archetipi e li declina in fate, streghe, orchi, cavalieri, pellegrini, folletti… E in questo percorso fatto di incontri e di emozioni (attori che interpretano a canovaccio i vari personaggi, interagendo in modo spontaneo con il gruppo di bambini e famiglie) i bambini devono poter sperimentare ciò che li fa crescere: la soglia del brivido. Quell’emozione ibrida fra divertimento e paura, ma quella paura sana, che il bambino ha voglia di provare e di sperimentare, per mettersi alla prova e per scoprire che cosa succede dopo. I nostri cavalieri addestrano eserciti di bambini fiduciosi e divertiti, che poi scendono giù in battaglia a sconfiggere l’orco, ad affrontare la strega, a salvare la principessa rapita, a recuperare le chiavi del regno, o il calice della gioia e della felicità… In questi anni, nel nostro lavoro, abbiamo risposto ai sorrisi di milioni di bambini, li abbiamo guardati negli occhi con lo sguardo della complicità e della comprensione, li abbiamo accuditi nelle paure (l’orco fa paura quando sbuca dal bosco con la clava!) e li abbiamo sostenuti nelle vittorie quando tutti insieme trionfavano. È il lavoro più bello del mondo e nasce dalla voglia di condividere questo tesoro con chi lo sa apprezzare. I bambini ne parlano per mesi, e da grandi si ricordano il Castello di Gropparello come “il posto più bello dove sono stati”. Questo è il nostro parco emotivo. Qui ognuno esce un po’ più grande, e molto felice. Noi siamo molto felici.

Le attività del Castello sono molteplici: attività didattiche, meeting, workshop, eventi, matrimoni, scuola di cucina… Da chi sono partite tutte queste passioni? 

Dalla famiglia. Molte dalla mamma, che però le ha passate a tutti noi. Molte sono frutto di talenti, che abbiamo sviluppato e messo al servizio dell’eduteinment. Nella didattica per le scuole abbiamo fuso cultura e divertimento, che è la chiave per il miglior apprendimento, assieme all’esperienzialità. Questo ha aperto la porta alle attività per aziende, che hanno meccanismi simili, anche se più mirati e affinati. Poi i matrimoni sono il frutto della voglia di costruire anche eventi d’eccellenza che suggellino i momenti più importanti delle persone (il matrimonio è il sogno di molte spose, come la fata è il sogno di molte bambine!). La cucina storica è una passione che ha radici lontane nelle tradizioni della famiglia e delle terre di origine; ma qui emozione, esperienza, soddisfazione, sorpresa, cultura sono intrinseche. E poi ci sono i roseti, la musica, la collezione di giochi antichi, le scenografie della tavola…

Tutte le attività del Castello sono a tema medievale, persino i corsi di cucina. C’è una ricetta che avete più a cuore e di cui ci potete svelare la storia e i segreti?

Parlando di mandorle, la prima ricetta in assoluto fu il lattonzolo brasato con mandorle e prugne. Un piatto succulento nel quale la coppa di maiale viene marinata per una notte nel vino rosso, per poi essere asciugata, infarinata, rosolata nel burro in tegame e poi riannaffiata col suo vino nel quale stanno già a bagno le prugne e le mandorle. Sobbolle a lungo, finché la carne diventa tenera e il sugo si restringe, caramellando leggermente. Diventa una sorpresa di consistenze, sapori e contrasti fra dolce e salato, nel quale le mandorle, come sempre, diventano l’ago dell’equilibrio, col loro sapore neutro e delicato, la consistenza croccante e leggermente carnosa. Quando il piatto è ultimato, viene servito in bella vista, affettato ma che mantenga la forma, e decorato sopra con mandorle aperte a metà, il cui candore spicca sulla superficie lucida e brillante del sugo denso. Il profumo è paradisiaco, il gusto è irresistibile.

Qual è il segreto di una struttura così complessa eppure gestita a livello familiare? Com’è riuscita la Castellana Rita a coinvolgere marito, figlie, generi e adesso anche i nipotini?

La passione, tanta tolleranza, e la consapevolezza di essere inseriti in qualcosa di più grande di ciascun di noi. Siamo i temerari e innamorati custodi di un castello di duemila anni, di un bosco sacro celtico, di un progetto che ha plasmato e impressionato milioni di bambini. Tutto questo è molto più grande di noi. Dobbiamo preservarlo a qualunque costo e non tradire mai questa missione. È una questione di famiglia!

Come avete scoperto “Adotta un mandorlo” e perché avete deciso di farne parte?

Su Instagram, che utilizziamo per far conoscere il castello e la nostra storia. Sono stata io a incappare in questo profilo che mi ha subito incuriosita per ciò che dichiara già nel nome. Il mandorlo mi ha chiamata subito e sono andata a vedere di cosa si trattasse. Mi è piaciuto subito il progetto, così solido, concreto, e insieme delicato, etico, storico, profondo. Il recupero dei frutti antichi è un tema di cui sentiamo parlare da tantissimo, è uno dei temi a cui la nostra vita ci ha educati, e ne conosciamo profondamente il valore e l’importanza. Ci siamo identificati nel vostro progetto bellissimo e abbiamo simpatizzato subito.

Presto organizzeremo insieme al Castello di Gropparello e al suo fantastico staff delle lezioni di cucina a tema medievale! Per restare aggiornati sulle loro attività visitate il loro sito:

www.castellodigropparello.it

O contattateli allo 0523 855814

Tutte le immagini usate nel presente articolo (di cui alcune di Marzia Albini) sono del Castello di Gropparello che, nella persona di Chiara Gibelli, ne detiene la proprietà e ce ne autorizza l’utilizzo.

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