SALVATORE CENTONZE, IL PRIMO CHE HA CREDUTO IN NOI

Dal 2016 monitoriamo la mandorlicoltura autoctona italiana, con non poche difficoltà visto che sempre più spesso si espiantano varietà locali antiche per sostituirle con impianti super-intensivi di varietà moderne, tristemente anche grazie a finanziamenti con fondi europei, in barba alla tutela della biodiversità e ai protocolli internazionali sottoscritti dai vari Paesi del mondo. Spesso i produttori ci hanno risposto che non erano interessati a raccogliere separatamente le loro varietà perché molto più facilmente mettevano tutto insieme per vendere subito su Ebay. Finché il 30 aprile dello scorso anno, in pieno lockdown, ci siamo imbattuti in un vecchio post del 2018 su Instagram, su una mandorla che ci ha subito emozionati: aveva la forma di un cuore! Era proprio la spinta “di pancia” di cui avevamo bisogno per mettere fine alla lenta sparizione delle mandorle italiane!

Da quel giorno abbiamo trovato in Salvatore Centonze un vero mentore. Si sono susseguite quasi quotidianamente lunghissime telefonate sulla mandorlicoltura, sulla situazione italiana, sui progetti intrapresi e abbandonati, sui nuovi studi, sul coinvolgimento delle Università, sui metodi di ricerca e caratterizzazione, sui delicati equilibri fra pubblico e privato: ci ha aperto un mondo così vasto che non potevamo nemmeno immaginare ma che ci ha completamente assorbito fin da subito. Ci ha aperto gli occhi su una realtà davvero complessa e resa ancor più complicata da strane sinergie, per niente aiutata dalle disposizioni ministeriali ed europee che, anzi, finiscono per confondere ancor più le idee, a partire dalla mancata distinzione fra “prodotto italiano” e “prodotto coltivato in Italia”. Ma ci ha anche rivelato i progressi di alcune sperimentazioni ancora in corso, ma che daranno una svolta all’intero comparto produttivo. Insomma, un docente, Salvatore, e la sua allieva, Manuela.

Coltivare biodiversità è la mission di Salvatore, è il suo impegno controcorrente da più di 20 anni. Al punto da essere definito “un nostalgico cultore di varietà da agromuseo” e decidere di continuare da solo la sua strada. Perciò siamo stati onorati che invece con noi abbia trovato una rinnovata energia per riprovare a coinvolgere altri produttori in questa visione che sembrerebbe ancorata al passato ed invece guarda al futuro! Sì, perché una mandorlicoltura moderna di varietà antiche è assolutamente fattibile, sostenibile e redditizia. Abbiamo ritrovato nella sua azienda quello che volevamo fosse un progetto pilota, ma che lui ha già portato ad una fase avanzata: ha già fatto tutto il lavoro di osservazione e caratterizzazione e da un po’ di anni sta dando frutto alla sua selezione, con una produttività molto interessante, in regime biologico, per un mercato che niente ha a che vedere con quello della grande distribuzione cui afferiscono le varietà moderne. Ma procediamo con ordine… 

Quando hai capito di dover tornare alle mandorle?

Ho intrapreso gli studi e il lavoro in tutt’altra direzione (industria aerospaziale), ma a un certo punto mi sono reso conto che il futuro dell’azienda di famiglia (di mio nonno prima, di mio padre poi) era completamente nelle mie mani, sono figlio unico. E, ripercorrendo i ricordi di bambino con mio nonno, ho riscoperto il legame con la mia terra, con quei mandorli che mio nonno mi aveva raccomandato fin da piccolo. E ho ricominciato tutto daccapo: osservazione, caratterizzazione, verifiche. Non puoi curare una pianta senza conoscerla. Tutt’oggi attenziono costantemente ecotipi nuovi e vecchi, perché i cambiamenti climatici stanno iniziando ad avere effetti anche sulle varietà più antiche. E soprattutto perché anche una varietà antica ha pur sempre una sua evoluzione nel tempo.

Cosa credi distingua la tua azienda dalle altre?

Proprio questa convinzione dell’evoluzione. Ci distingue da una parte la sete di innovazione, dall’altra la volontà di mantenere l’identità della mandorlicoltura coerente con i principi e le tradizioni del territorio, perché è il territorio che ci dice modo e misura di cosa si deve coltivare. La svolta è nell’equilibrio tra innovazione e tradizione, che, grazie a tecniche colturali moderne, porterà le varietà antiche nel mercato dei consumatori che chiedono alta qualità al giusto prezzo, che è il mercato che meritano. 

Ti hanno definito “nostalgico cultore”, che ne pensi?

È un piacere! Volevano offendermi, ma per me è un complimento. Fra le mura delle loro aule, pensavano di essere depositari del sapere, ma i loro studi non hanno riscontro nella realtà. L’esperienza sul campo è fondamentale e gran parte della letteratura e delle pubblicazioni in tema di mandorlicoltura è vecchia e imprecisa. Il Bianca ha fatto un’opera immensa, ma non possiamo restare fermi a più di un secolo fa. Oggi abbiamo strumenti diversi, usiamoli!

Quali sono 3 miti da sfatare sulle mandorle antiche?

Al contrario di quanto si creda (e di quanto alcuni vivai ed agronomi si impegnano a dire), le varietà antiche sono più produttive, richiedono meno cure (e meno acqua!) e offrono frutti migliori. Certo, non le piante accantonate in stato di abbandono, lasciate a testimone di una mandorlicoltura che fu, con vista su un impianto super-intensivo. Ma coltivate in biologico, con piccoli accorgimenti e le giuste potature, anche un impianto di varietà antiche può essere reso compatibile con moderni sistemi di meccanizzazione. Un altro mito da sfatare è quello sui semi doppi: alcune varietà sono considerate di minor pregio perché ne hanno un’elevata percentuale, ma da un punto di vista nutrizionale ed organolettico le analisi evidenziano che il seme doppio è mediamente più saporito, più dolce e più ricco del seme singolo.

Di cosa avrebbe bisogno la mandorlicoltura italiana?

Di innovazione, ricerca e sviluppo. Sviluppo di nuove varietà in un regime di agricoltura sostenibile. L’Italia dispone di un vastissimo giacimento di risorsa genetica da approfondire. Se la ricerca individua i caratteri migliori da ciascuna mandorla e riesce a metterli insieme, se ne avrà una maggiore sostenibilità per l’ambiente. Come insegna la botanica tradizionale, se ne otterrà un polline più resistente e una maggiore produttività. Il “genome editing” è tutt’altra cosa dal modificare geneticamente un organismo (OGM) perché non vengono incrociate specie diverse, ma resta tutto nel patrimonio genetico del mandorlo, è un po’ l’evoluzione scientifica e tecnologica dell’innesto. E non si corre il rischio, come dall’impollinazione di OGM, che nascano infestanti come la Xylella e il coleottero delle palme.

Perché hai deciso di partecipare attivamente a Adotta un mandorlo?

Penso abbia la stessa visione mia sul portare avanti i miei principi, su cui non intendo tornare indietro, non per orgoglio, ma perché le osservazioni mi danno ragione. Le varietà antiche sono produttive come le moderne se le forme di allevamento e le tecniche di potatura sono moderne, ma col vantaggio di una coltivazione ecosostenibile e di un’agricoltura biologica, non possibili negli impianti super-intensivi. Sono le stesse cose in cui crede il progetto, a cui io sto dando riscontro e supporto con prove dai campi.

Cosa diresti ai ragazzi che oggi decidono di dedicarsi alla mandorlicoltura?

Di studiare e capire cos’è davvero la mandorlicoltura: di non limitarsi ai testi, ma di viverla in prima persona anche sul campo, di sporcarsi le mani. E senza dimenticare che oggi devono incarnare caratteristiche di imprenditori e non solo di coltivatori. Di aver chiara fin da subito la visione della loro produzione, secondo che vogliano fare un business basato sulla resa o un business basato su un prodotto di alta qualità. Perché, per quella che è la situazione attuale, sono ancora due modelli opposti e non conciliabili.

Ci avete chiesto di approfondire gli argomenti tramite le testimonianze dei produttori che aderiscono al progetto: Salvatore Centonze è uno di noi, ci crede davvero e lo fa da moltissimo tempo prima di conoscerci. Noi avevamo bisogno di uno come lui: competente, preparato, attivo, aggiornato! E il nostro impegno è anche quello di dare voce e soddisfazione ai suoi sacrifici e di rendere onore al lavoro di conservazione che ha fatto e che con fiducia ha affidato anche a noi. È solo grazie a persone come lui (e pochissime altre) che oggi possiamo ancora parlare di biodiversità.

L’azienda Balsi Bio di Salvatore Centonze si estende per circa 50 ettari proprio sul confine fra Barrafranca (EN) e Mazzarino (CL). 

Custodisce decine di varietà antiche, alcune ancora in fase di caratterizzazione. Dopo Cupani, Cupainella, Vinci a Tutti, Canicattinisa, Cuore, Perciasacchi, Chiricupara ed altre accessioni, adesso si sta occupando del recupero della Cianciana.

Maggiori informazioni a breve su www.balsibio.it

Tutte le immagini usate nel presente articolo sono di proprietà di Adotta un mandorlo e di Balsi Bio che, nella persona di Salvatore Centonze, ne detiene la proprietà e ce ne autorizza l’utilizzo. 

 

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