STORIE DI LANA E MANDORLE

Abbiamo conosciuto Anastassia per caso sui social. Il suo profilo “Storie di lana” ci ha incuriosito per via di alcune creazioni che in un certo senso ci riguardano. E parlando con lei abbiamo scoperto che Anastassia è una giovane donna di 25 anni. Metà sarda e metà bielorussa, ci tiene molto alle sue origini.

Di sé ci racconta che è nata in campagna, un venerdì di primavera e lì è cresciuta, bucolica e forte, tra gli animali, la musica, l’arte. Suona il pianoforte sin da piccina, si è formata in Conservatorio, tra i corsi di teatro, la scrittura, il cinema e lo sport, fino al 2018 è stata una atleta di professione, cosa a cui ha dedicato tutta la vita, come allo studio. Sempre in prima linea, nelle sue battaglie silenziose. Attivista sin dalle scuole per coloro che faticano ad essere ascoltati, per chi non ha voce, minori, migranti, vittime di violenza e gli invisibili a tutti, come li chiama lei. Ama stare in ultima fila, con Monet, il suo cane. Dice che da lì la visione è più bella. A oggi è un carabiniere. Studia psicologia, grande appassionata di psicoanalisi, a cui dedica gran parte della giornata, amante di filosofia e di comunicazione, che ha studiato all’Università. Ama tutto quel che implica i sensi, l’uso delle mani, il ricamo, la moda, le coccole. Innamorata dell’autunno, della calma, delle piccole cose, di tutto ciò che non si nota e…dei mandorli. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, vedendo pubblicati i suoi racconti e le sue poesie su varie antologie. Si ricorda, tra i vari, “Un posto nel mondo” che nel 2019 vince il Premio Speciale Torino Film Festival come racconto adatto a una sceneggiatura al XIV Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre – Racconti di Donne Straniere in Italia, Edizioni Seb27 di Daniela Finocchi. Presentato a Torino nell’Antologia Lingua Madre 2019 al Salone del libro. E poi “Mandorla”, che dal 2018 sembra non stancare i suoi lettori, vince il Concorso Letterario Nazionale indetto da Historica Edizioni di Francesco Giubilei, con relativa pubblicazione nell’antologia Racconti di Sardegna, perché “Mandorla” è anche un inno alla sua terra. Nello stesso anno viene pubblicata online da “Il Loggione Letterario” e vince il Concorso Letterario Nazionale Guido Zucchi, indetto da Associazione Culturale Succede Solo a Bologna, con successiva pubblicazione nell’antologia Concorso Nazionale Guido Zucchi 2018 di V Edizioni.

Anastassia non ama particolarmente parlare di sé. Preferisce che la sua arte e le sue parole possano raccontare di lei, col desiderio che qualcuno possa rivedersi, prendere spunto, trovare conforto, compagnia. Crede fortemente nell’uso della parola, della gentilezza e del sorriso. Il suo nome significa Resurrezione ed è la cosa che, ci dice, sa fare meglio.

Anastassia, da dove è nata questa idea di raccontare delle storie attraverso i quadretti in lana? Nasce prima la narrazione o la creazione?

“L’idea mi ha svegliato a fine aprile, come regalo di compleanno. Ma dico sempre che incubava da anni, qualche mese fa si è manifestata e l’ho finalmente accolta, la aspettavo da tempo, tra l’altro l’ho accolta in un momento molto crudo della mia vita. Ho iniziato a usare le mani molto piccola, in campagna, la terra, le potature, il das, la creta. Creare. L’amore per le cose morbide, che confortano la spigolosità della vita, i colori, la lana. Feltro, fili e lana cotta. Durante la mia carriera sportiva portavo sempre un fiore di lana tra i capelli. Desideravo crearli da me, un giorno. Come le spille, gli elastici, le collane.

Quel desiderio è diventato un quadratino, con la sua storia. Sintesi di quel che sono.

Quel che creo ha uno spirito tutto suo, molto capriccioso, decide tutto lui. Quando arrivare, quando andarsene. L’ispirazione è prima donna, dice lei quando cucire e quando scrivere. Bisogna ascoltarla quando arriva, come un fuoco a cui non puoi dire “Spegniti, ho altro da fare”, vuole le sue attenzioni, lo devi usare. E può arrivare dovunque, mentre cammino, mentre sono in fila alla cassa, mentre ascolto il telegiornale, mentre mi guardo dentro e vedo buio. Provo a raccontare la vita, che detto così pare chissà che, ma in realtà è banale, raccontare la vita significa avere le antenne tese, percepire, guardarsi attorno, avere il coraggio di guardarsi dentro, con tutto quello che siamo, che siamo stati. Ciò che ci circonda. Le persone sono una fonte inesauribile di racconti. Silenzi, rumori, parole. Io non faccio molto, le metto insieme e racconto cose, cose un po’ scomode come dice la mia biografia, perché la vita sa esserlo molto bene, lo sappiamo. Così le concentro su pochi centimetri, 7 per la precisione, da toccare, annusare, accarezzare con gli occhi e le dita. Elementi di riciclo, di uso comune, che adotto e a cui dò parola. E vi assicuro, i miei bottoni parlano davvero. Tutto attorno a noi parla, basta avere le orecchie per ascoltare. Avere gli occhi dei bambini. Un cuore di cane.

La tua è un’attività fatta per piacere personale ma puoi realizzare anche creazioni su richiesta.

Il piacere di legare parole e sensorialità è per me conforto, introspezione e continuo stimolo. Ma devo appuntare una cosa. Nel bene e nel male, il piacere per me è fortemente legato all’Altro. Condivisione. Costruzione. Scambio. Creo le mie storie raccontando scorci di vita, come un grande diario fruibile a tutti. Lavoro anche su commissione, certo. Non c’è cosa più bella che cucire, scrivere, donandosi agli altri, ascoltando cosa hanno da raccontarti. Esperienze, vissuti, emozioni. Se non ci fossero gli altri, che mondo sarebbe? Con tutto quello che comporta, stupore e difficoltà. Insieme, è una delle parole chiave del mio progetto. Di commissione in commissione, che “Storie di lana” possa crescere e diventare quello che vorrebbe: un punto di riferimento, abbraccio, entrare in quei luoghi in cui non si sorride molto, quelli dimenticati. Un rifugio, in cui nessuno può farti del male. Simbolicamente e non.

Fra tanti argomenti possibili, come mai alcune delle tue creazioni riguardano proprio le mandorle?

Grazie, la domanda più bella. Ho iniziato a scrivere di mandorle, o meglio, di Mandorla, uno dei personaggi cardine di “Storie di lana” tra il 2017 e il 2018. Non avevo mai scritto di lei. Ho sentito che era arrivato il momento. Ho iniziato, ho avuto il coraggio, e so che Mandorla non smetterà di raccontare ancora di sé.

Sono nata in campagna, con un legame alla terra molto forte, tra ulivi, fichi e mandorli, la mia vecchia casa era circondata di mandorli. Li ho visti nascere, crescere, cambiare veste durante le stagioni. Uno di questi, il più grande, abitava davanti alla cucina, come se ogni volta volesse entrare dentro casa abbracciandoci coi suoi rami. Sono tenaci i mandorli. E sono tutto quello in cui credo. Amore, radici, bellezza, resilienza, amore profondo. Mi commuovo davanti al suo fiore, il suo nevicare di rosa e di bianco quando tutti gli altri alberi si strizzano ancora gli occhi assonnati dal letargo.

Perché scrivo proprio di loro? Come non farlo. Per la loro storia, per come si intreccia alla mia, per il loro carattere, per quello che rappresentano.

Avevo tre inverni ed ero poco più alta di una gallina, quando passavo le giornate con mio nonno che mi trasmetteva i segreti della campagna. È lui che mi ha insegnato come innaffiare i mandorli senza fare il buco nel terreno con la pompa, come si aprono i gusci delle mandorle, su che cosa sedersi comodi, e soprattutto che pietra scegliere per aprirle. Era difficile trovarne una che non si sgretolasse. Ho sempre vissuto su un terreno pietroso e calcareo. E in Sardegna le mandorle sono dure come la testa dei suoi abitanti. Ho imparato molte cose da mio nonno, forse senza nemmeno saperlo, vista l’età. Ricordo che con gli stivaletti ho imparato subito a riconoscere quali alberi davano mandorle amare da usare per i dolci e quali invece dolci, da mangiare così. Erano i nostri momenti. Al mio quarto inverno lui volò via, lasciandomi a un presente molto difficile. Di cui ricordo il prima e il dopo sotto ogni suo vento.

Io ero la sua Mandorla.

Amavo aprirle, da verdi, rubandone il seme bianco morbido non formato, l’unica illegalità che mi sono permessa. In fondo ero solo una bambina di tre anni. Amavo accarezzare lo scamosciato, ho imparato solo da grande, a gustare il seme con la pellicina. Mi emoziono ogni volta che vedo un Mandorlo in giro per il mondo. Mandorlo è casa, ricordo. Saudade.

Cosa ti ha fatto decidere di diventare madrina del progetto?

L’incontro col progetto è stato un regalo inaspettato. Come ne ho conosciuto i dettagli, poi, ho deciso subito di abbracciarlo. Lo conoscevo prima di diventarne madrina. Mi ricordo ancora il giorno, ero un’onda di emozione, pensavo a quanta bellezza c’è ancora, pensavo al nonno mentre lo schermo del telefono accoglieva la mia commozione. Può sembrare stupido, ma ci sono tanti dettagli in cui la mandorla tocca qualcosa di doloroso e meraviglioso in me.

Un progetto cucito sulle mie corde a cui non potevo rinunciare, ne condivido la missione e il modo di vedere il mondo, prezioso. Ho avuto la fortuna di seguire il progetto sin dagli albori su Instagram, scopro cose nuove ogni giorno, avere a che fare con la tutela delle mandorle antiche, le adozioni, l’amore per la vita è un dono per me, è come rivedermi piccina, vedermi crescere insieme alle piantine del Campo di Mazzarino.

Forse è anche un modo per farmi abbracciare dai rami del mandorlo che ho visto crescere, abbracci che non ho mai avuto. Per dire al nonno “Guarda un po’, sono qui nonostante tutto hai visto? il tempo tra noi non è bastato, ma è stato sufficiente per formare la persona che sono ora”. Non ho mai potuto dirgli “grazie”. Credere e far parte di questo progetto è un modo per farlo, c’è anche lui con me.

Il progetto tocca con mano la mia ignoranza, mi permette di conoscere e migliorare, fa parlare le nostre radici, ciò che si sta perdendo, riconosce ciò che è prezioso e non lo abbandona, non si gira dall’altra parte, si prende cura degli innesti coccolandone il terreno, l’ambiente, una culla per quel che non si può e non si deve perdere, uno smacco alla dimenticanza, perché il passato ha un valore inestimabile, e serve a tutti noi per poter guardare con fiducia verso un futuro sano, con nuovi germogli sempre più forti.

Ho accettato, sopra ogni cosa, di diventare madrina perché, prima ancora del progetto, credo nelle persone che vi lavorano. Il lato umano per me è fondamentale. Senza la dolcezza e la professionalità delle persone con cui mi interfaccio è difficile per me metterci il nome, l’impegno, l’amore.

In fondo chi si occupa con delicatezza di tanta vita, come può perdersi in brutture?

“Storie di lana” tocca principi etici che vanno a braccetto con “Adotta un Mandorlo”. E ne vado fiera. Non volta le spalle, ascolta con attenzione ogni essere vivente, e dà voce a chi non può averne. Come noi con la nostra lana. O almeno ci piace crederci.

Se fossi nata albero, sarei stata sicuramente un mandorlo, che fiorisce quando l’inverno punge ancora. Quando non ci sarò più vorrei che qualcuno ne piantasse uno per me.

Intanto, da vivi, sono felice e orgogliosa di avervi incontrato, di essere qui, avere questo spazio, la vostra stima, mi riempiono il cuore. Sono felice di tenerci stretti. Sono fiera, nel mio piccolo, di dare il mio contributo. Forse è il nonno che vi ha mandato da me.

Cosa ne pensi di biodiversità, sostenibilità e delle altre tematiche che sono di comune interesse?

Oltre alle storie personali e la sensibilità maturata negli anni, mi occupo di tutela, anticrimine ambientale e animale anche nel mio lavoro. Credo che la biodiversità sia un patrimonio, la conoscenza degli endemismi ci racconta molto del luogo in cui viviamo.

Sarebbe meraviglioso poter coinvolgere un bacino sempre più largo, variegato e appassionato di persone, a mio avviso progetti come questo dovrebbero essere tenuti in prima linea all’interno delle scuole, formando i grandi, perché non si finisce mai di imparare, ma anche i piccoli germogli umani attraverso il gioco e il campo. Sensibilizzare le persone, di qualsiasi estrazione sociale siano, con qualsiasi vissuto e presente, alla terra, alla natura, al mondo in cui viviamo mettendoci le mani, con rispetto e amore, credo fortemente che costruisca il carattere di ognuno di noi. E che possa salvarci anche da una vita difficile. E non è mai troppo tardi.

Per un periodo della mia vita ho collaborato con Libera, associazione contro le mafie, andavamo nelle scuole primarie grazie a un progetto in collaborazione con l’ex Corpo Forestale dello Stato per parlare di legalità e di sport nelle scuole, sui campi confiscati alla mafia. In quei luoghi piantavamo degli alberi. I bambini, i ragazzi, sono sottovalutati, crediamo che siano stupidi e dediti esclusivamente ai cellulari. Non è così. Ricordo giornate meravigliose su quei terreni con una storia e un presente veramente difficili, eppure, insieme, eravamo felici. Di correre, giocare, sporcarci, raccontarci.

Legalità e natura? Alberi e ragazzi? Sembrano cose che non c’entrano, eppure, possono cambiare la realtà di molte persone. Questo piccolo esempio per dire semplicemente che l’educazione è un’arma vera e propria, la sensibilità emotiva, animale e naturale va alimentata, si tratta del nostro pianeta, quello di cui le nuove generazioni dovranno prendersi cura, e bisogna conoscerlo.

Tutto questo, penso sia la base per un presente e un avvenire migliore, scoprire realtà sane e importanti come la vostra, coinvolgere con un progetto tale persone diverse, riscoprire la campagna, l’aria aperta, la fatica, persone buone, recuperando realtà e anime in difficoltà, ecco, gli alberi e le persone coraggiose possono tutto questo.

Preservare gli habitat e imparare ad ascoltare la natura, avere la pazienza di attendere, studiare e ricercare, sottostare alle regole naturali con le loro specifiche, renderci conto di far parte dello stesso ciclo vitale col susseguirsi delle stagioni e del tempo, veicola la conoscenza di noi stessi.

La potenzialità del seme, la fatica e la soddisfazione di esserci. Mi vengono in mente le parole di Franco Tassi, Direttore e Sovrintendente dell’Ente Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzi e Centro Parchi nella prefazione di un libro che lessi da piccola e che tengo stretto a me, Jean Giono ne “L’uomo che piantava gli alberi” manda un messaggio molto simile al vostro progetto. Un messaggio di riconciliazione dell’uomo con Madre Natura è un messaggio di rinascita della foresta e della vita là dove sono state incoscientemente annientate. Ogni albero racchiude una storia, un mistero, una memoria del passato e offre ispirazione e creatività a quanti sappiano guardarlo con occhio giovane, libero e aperto.

Noi conosciamo ben poco le nostre tradizioni, le nostre radici, agiamo solo a tragedie avvenute, come tutte le cose che ci sono e si danno per scontate e che, quando non ci sono più, si rimpiangono. Perché non prevenire, quando si può?

“Adotta un Mandorlo” lo sa bene.

Questa è la terra su cui camminiamo, gli alberi che ci danno da respirare e sotto cui troviamo ristoro, le mandorle di cui ci nutriamo, le leggende che nei secoli abbiamo scritto. Abbiamo il dovere di proteggere quello che la natura con tanta generosità ci regala.

Credo in una vita sostenibile, nel sostenere il locale per agire a un globale migliore.

Fare il nostro piccolo ogni giorno con i mezzi che si hanno e con la possibilità che si ha fa la differenza. Sempre.

Anche se pensiamo che un nostro piccolo gesto sia insignificante, è proprio lì che dobbiamo andare avanti e non demordere. Contro l’indifferenza, sempre, soprattutto quando ci dicono che è inutile. È lì che affondano le nostre radici. I nostri sogni, i nostri perché.

Grazie di cuore a voi. Tanta vita e tanta fortuna a questo progetto, mi troverete accanto, ogni volta di cui avrete bisogno.

Da una chiacchierata di Manuela e Anastassia (che ha già adottato 3 mandorli)

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